Quel bivio che mi attirava da tempo…..

Luce, luce e luce.
Un po’ di vento, leggero, non quello tagliente dei giorni scorsi: vento che sta girando, vento che domani porterà pioggia.
Non ci sono storie, oggi devo andare lassù!
Certo, non direttamente, dovrò fare un giro di avvicinamento, allungare la strada…dovrei non approfittare di un simile, suntuoso pomeriggio??
Vado su di là, a dare una sbirciatina a quella strada che non faccio da almeno 15 anni…Poi sbuco al Passo del Lepre e riscendo…e poi? Da dove risalgo? Canneto no, quel cane che ho visto l’ultima volta non aveva un atteggiamento socievole nè dei denti invitanti. Bitumare su per il Perrubbio? No, no meglio di no, il Pando mi romperebbe l’anima a vita, poi…. S. Pietro? Ecco, lo sapevo, una qualche salitaccia dura ci finisce sempre. Soffrire: come farei senza? Ne parlavo uno di questi giorni del fatto che non mi sento “ciclista”; è così, non mi sento “ciclista”, ma la sofferenza, che è parte vitale dell’esperienza di chi pedala, quella sì, quella mi appartiene e, un po’ come certe giornate di pioggia, ammetto che non di rado la vado a cercare. Tiriamo innanzi…
Da lì aggiro – per così dire – la collina e m’infilo in quella strada, quella là, quella che vedo svanire nel bosco, quella che non so quante volte ho guardato, passando, ma che non ho mai trovato l’occasione di imboccare. Un po’ una metafora della vita, no?
E proprio come succede dopo alcune scelte, quello che scopro è un mondo meraviglioso. Una strada di terra, terra odorosa; e querce e faggi e frassini alti e radi, non una macchia fitta ed inestricabile ma un bosco di piante slanciate e sottobosco, e ovunque ciclamini e foglie secche. Intanto la via serpeggia qua e là, bellissima, scorrevole e godibile; si potrebbe farla pedalando a tutta oppure passeggiando, svuotando la mente dai pensieri o riflettendo su chissà cosa… Bè, io sto coi frati e zappo l’orto, spingo un po’ ma… mi fermo per le foto! E poi incontro la prima delle due mete della mia giornata di mtb, Poleto. Ovviamente, un rudere.

Adoro queste vecchie case, storia quotidiana. Il sole le brucia, la pioggia le disfa, il bosco se le riprende piano piano, in un processo che vede la nobile opera umana fondersi placidamente con la natura.
Proseguire! Proseguire alla volta di Pian di Cerreto…
Curve e strappi – ciclisticamente parlando, due piccoli rivoli dove le ruote si bagnano appena, e in cima ad una rampetta….

Pian di Cerreto! Questo nome mi frullava in testa da settimane. Esaminavo la carta, la strada, le curve di livello e immaginavo… Ora ce l’ho lì davanti, isolata, una porta che ha perso da tempo il suo senso di “ingresso”, un “dentro” che ha anch’esso abdicato al suo significato; quello che resta di uno spigolo, si atteggia a minuscola ma orgogliosa torre, ospitando un qualche vegetale e sfidando le cime delle piante.
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Ammiro. Giro e rigiro lì attorno, accarezzo i sassi con lo sguardo, come un regalo molto atteso, scatto qualche foto (non troppe, voglio conservare la meraviglia anche per le prossime cento visite…) e mi rimetto in mtb. Ultimo strappo e sono sul crinale, direzione Rapastello.
Rapastello, il solito paradiso.

Quassù il vento è ancora fastidioso….
Discesa sterrata…
Accidenti, ma questo bivio…..
… svolto a destra, piccolo strappo…
…ma questa è un’altra storia, storia di un altro rudere (eh sì), storia di un campo di margherite e rosa canina, di cavalli e caprioli…

Andateci piano con le uova di cioccolato, mi raccomando….

 

 

Ovunquista

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